Fin dalle prime apparizioni Uncharted: L’abisso d’oro si è dimostrato essere il titolo di punta dell’intera line-up di lancio di PS Vita. Le diverse prove maturate sul campo hanno evidenziato anche come questo fosse il gioco più ambizioso tra quelli in uscita, sia per l’onere che un brand come questo comporta sia per la sfida di riuscire a replicare un’esperienza altamente cinematografica anche su una console portatile. Bend Studio ha raccolto tutto questo realizzando un prodotto che, possiamo dirlo da subito, si avvicina incredibilmente a quanto creato dai Naughty Dog su console casalinga. Dopo pochi minuti di ambientamento, in particolare per prendere confidenza con il secondo stick per muovere la telecamera, sempre fiore all’occhiello del brand, ci si accorge di come il feeling sia lo stesso e andando avanti si scoprono i pochissimi compromessi che hanno reso simile una trasposizione del genere.

La fase platform sarà qui preponderante.
ANTICHE CIVILTA’ CI ASPETTANO
Nuovo capitolo, nuova avventura per il nostro Nathan Drake. Come sempre ogni capitolo ha una storia autoconclusiva e nella fattispecie questa si posiziona temporalmente prima delle vicende di Drake’s Fortune, il primo capitolo della trilogia. Dante, nuovo comprimario di questa avventura e vecchio amico di Drake, propone al nostro protagonista di raggiungerlo in America Centrale in seguito a una grossa scoperta da parte dell’IOA (Ufficio Internazionale per le Antichità), inutile dire che alla fine Nate accetta. Nel corso della storia incontreremo anche un’altra comprimaria Chase (non chiamatela Marisa mi raccomando), nipote di un archeologo misteriosamente scomparso mentre lavorava agli scavi. La trama in sé è abbastanza classica, lo sviluppo è un po’ lento ma riesce a catturare l’attenzione per tutta la sua durata, circa dieci ore. In particolare l’attenzione si focalizzerà oltre che sul mistero circa il massacro di una spedizione spagnola avvenuto cinquecento anni fa, anche sul rapporto tra Chase e Drake. Gli elementi in termini di sceneggiatura ci sono tutti, i dialoghi e le sequenze d’intermezzo godono come sempre di una buona regia e si integrano alla solita maniera con il gameplay. Quello che manca però sono le scene adrenaliniche e cinematografiche che hanno caratterizzano la creatura targata Naughty Dog, presenti solo nelle battute finali. Sono pochi, a confronto, i momenti di pathos, frutto anche della scelta di Bend Studio di partire con una prima parte esplorativa e di approfondimento dei nuovi personaggi con un gran focus sugli enigmi e puzzle per poi passare a una fase finale che si allinea a quanto finora la serie ci ha abituati.

In foto Nate con Chase, come scritto nell’articolo mi raccomando, non chiamatela Marisa solo suo nonno e ……qualcun altro possono chiamarla così.
UN’ESPERIENZA DI GIOCO UN PO’ DIVERSA
Il gioco come anticipato riesce a proporre lo stesso feeling per cui i tasti dorsali permetteranno di mirare e sparare, le classiche interazioni con armi e ambiente lasciati ai tasti frontali mentre il cambio dell’arma è demandato alla croce digitale. Le diverse funzionalità che la console offre hanno spinto gli sviluppatori a integrare, eccessivamente in alcuni casi, anche i controlli touch che sono alcuni facoltativi altri aggiuntivi. Tra quelli poco utili annoveriamo senz’altro il touchscreen posteriore quando viene chiesto di usarlo per arrampicarsi su liane e funi e i sensori di movimento usati per mantenersi in equilibrio su tavole di legno o tronchi, qualcosa che ricorda molto da vicino l’uso del sixaxis in Drake’s Fortune per le azioni. Mentre il resto dei controlli in alcuni casi semplificano le azioni come per esempio quando dobbiamo aggrapparci a una serie di sporgenze: semplicemente toccando la sporgenza o disegnandone il percorso con un dito vedremo il personaggio raggiungere automaticamente il punto d’interesse finale, questa opportunità ha permesso di dare molto più spazio alla fase platform come non si vedeva dal primo capitolo della serie. Il touchscreen è usato poi per raccogliere gli oggetti e in particolare per risolvere gli enigmi che potevano essere più articolati e complessi, spolverando oggetti raccolti, facendo delle copie su carta carbone oppure mettendo insieme i pezzi di un puzzle. Infine per la navigazione dei menù sia quello principale che quello di gioco, davvero comodo e pratico per sfogliare le pagine del diario e vedere quanti e quali collezionabili rimangono da raccogliere.
Sì, perché in Uncharted: L’abisso d’oro all’interno della classica avventura è presente un’incredibile quantità di collezionabili che prevede la raccolta di turchesi, manufatti, preziosi e giade delle civiltà pre-colombiane, a questo si aggiungono gli enigmi, le tavolozze da comporre tramite le copie con carta carbone e foto da scattare. Tutto questo bottino offre più di trecento oggetti collezionabili tra cui ci sono anche i tesori lasciati in maniera casuale dai nemici come carte spagnole, monete d’oro e d’argento e quant’altro. Fra queste ci sono alcune che sono molto rare da trovare e richiederanno almeno un secondo completamento del gioco per raccoglierle tutte. Per venire incontro a questa raccolta Sony Bend ha introdotto un’opzione collegata all’applicazione Near, chiamata Mercato Nero. Basterà selezionare il tipo di premio dalla nostra collezione e inviare la richiesta al mercato nero. Sfruttando il GPS, chiunque sia nelle nostre vicinanze che ha un premio che a noi manca, il Mercato Nero ci invierà una copia dell’oggetto, qualsiasi esso sia anche del più raro. Proprio la raccolta degli oggetti collezionabili rappresenta il replay value della produzione insieme al completamento del gioco a un livello di difficoltà più elevato fino al tradizionale “Distruttivo” e ai trofei annessi, da ora presenti anche sui giochi PS Vita.

Drake e Dante davanti a uno dei tanti incredibili panorami che offre il gioco.
UNCHARTED E’ UNCHARTED ANCHE IN QUESTA Vita
Tecnicamente siamo davanti al non plus ultra dei giochi su dispositivi portatili. L’impatto iniziale è davvero incredibile merito anche del fantastico schermo OLED della console. I colori accesi coadiuvati da un design artistico che ben raffigura le foreste pluviali dell’America Centrale danno vita a una fantastica cosmesi. Molti sono i panorami che si lasceranno guardare con gusto, tanto da scattare uno screenshot e salvarlo nella vostra cartella delle foto, con un HDR che svolge bene il suo lavoro soprattutto quando all’orizzonte il sole sta tramontando. A fare da parziale contrappeso a tutti questi lati positivi, cui si aggiunge una buona modellazione poligonale degli ambienti, ci sono un evidente aliasing che sporca le immagini e un frame rate un po’ ballerino e le animazioni dei nemici che sono molto distanti da quelle del protagonista. Strano infatti che dalle buone impressioni che avevano destato le varie prove in sede di anteprima questi due difetti non siano stati ottimizzati. L’intelligenza artificiale risulta un po’ meno reattiva del solito, una scelta probabilmente dettata dalla volontà degli sviluppatori di rendere il gioco facilmente accessibile a chiunque. Per porre rimedio non bisogna far altro che iniziare la partita a Difficile per chi è in cerca di un equilibrato tasso di sfida anche se questo evidenzia alcuni checkpoint non ben distribuiti. Infine il doppiaggio e la colonna sonora che si attestano ancora su buoni livelli con il primo che vede la presenza delle solite buone voci, anche dei nuovi personaggi, e il secondo che riprende le musiche principali delle serie (vedi anche la main theme) e ne aggiunge delle nuove che percorrono le stesse tonalità.

La possibilità di scattare degli screenshot in-game è davvero un gran cosa, anche per noi di Z-Giochi per riempire la gallery ![]()

































