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Recensione
TESTATO SU PC
30 ottobre 2013, 8:53
ARMED SEVEN
ARMED SEVEN mobile

ARMED SEVEN – Recensione

Molti lettori quasi sicuramente considerano gli sparatutto a scorrimento prodotti astrusi per gente malata o di etnia asiatica, altri neanche sanno cosa siano, o ricordano giusto quel vecchio cabinato “con le navicelle” in una delle morenti sale giochi ancora aperte, ma c’è stato un periodo in cui il genere spopolava su tutte le piattaforme, ovvero il culmine dell’era 16 bit, da cui provengono gran parte delle sue pietre miliari. Sviluppato da Astro Port e localizzato per gentile concessione di Nyu Media, ARMED SEVEN poggia le sue fondamenta proprio in quel ridente arco temporale. Il titolo indie non mira certo a rivoluzionare un settore abbandonato dalle grandi case, la sua è un’operazione nostalgica, un tuffo nel passato, un’avventura tanto fugace quanto frenetica, scevra da tempi di caricamento, trame hollywoodiane o inutili complicazioni, pura azione serrata e martellante, insomma un arcade a tutti gli effetti. Lacrimuccia?

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UN’ALTRA PARTITA E STACCO… FORSE

La presentazione di ARMED SEVEN è essenziale e sprizza anni ’90 da ogni pixel: un breve filmato introduttivo alternato a frammenti di gameplay e un menù schematico e minimale, tanto che sarebbe bastata la scritta “insert coin(s)” in qualche angolino per convincerci ad acquistare un arcade stick ed intagliare una fessura nel case del PC per infilarci monetine da 50 centesimi. Come tradizione insegna, non c’è parvenza di trama tra gli script, non che ce ne sia bisogno, diciamo solo che, dopo aver spulciato in rete, la Terra è stata invasa da una razza aliena e noi siamo la sua ultima speranza, ai comandi del nostro mech di distruzione di massa armato fino ai denti; elementare, già vista, banale… perfetta! Il gameplay si configura come uno shoot’em up a scorrimento orizzontale in chiave danmaku (o bullet hell che dir si voglia), sviluppato all’interno di sette, lineari stage (sei standard più uno dedicato al colossale boss finale), lunghi corridoi tempestati di robot nemici e nugoli di proiettili da scansare, nessun bivio o pareti a tradimento. I pattern non sono particolarmente fitti e interpretarli è relativamente semplice, la sfida sta nell’elevata velocità ed il fatto che ogni scarica sarà sempre e comunque indirizzata verso il nostro mezzo o nelle immediate vicinanze per tagliarci la ritirata, costringendo il giocatore a ragionare rapidamente e a muoversi in continuazione. Non è stata riposta grande enfasi nella spettacolarizzazione, lo schermo è spesso affollato, ma non aspettatevi ragnatele di laser o missili con tanto di slow motion occasionale (le esplosioni in compenso non mancano); i colori vivaci e la voluminosità di alcuni attacchi rendono comunque la resa visiva gradevole, rimarcando una palette cromatica piuttosto cupa e fondali nel complesso poco accattivanti. L’hitbox è situata al centro del mech, area in cui presumibilmente alloggia il cockpit (anche se in-game praticamente la vedremo sulla canna dell’arma), segnalata ad intervalli dopo essere stati colpiti o quando si sfiora un colpo: questa soluzione può confondere le idee, in quanto senza un indicatore fisso, e considerando i tempi di reazione decisamente brevi anche per gli standard del genere, sovviene naturale proteggere la testa ed il suo pannello azzurro o i propulsori che pulsano quasi a segnalare una zona critica. Prendere bene le misure richiede pratica, fortunatamente sono presenti ben quattro livelli di difficoltà per accumulare gradualmente esperienza; inutile dire però che Easy è già più che sufficiente per buttare giù senza troppi complimenti i poco avvezzi con il genere.

I power-up nel corso delle sessioni si limiteranno a boost offensivi e ricariche per gli scudi, frequenti ma necessari come il pane, l’arsenale invece presenta una discreta selezione di armi principali e secondarie, la cui scelta dovrà essere effettuata prima di scendere in campo e non potrà essere modificata altrimenti. Ognuna possiede specifiche proprietà, che vanno ad influenzare potenza, gittata, superficie coperta dalle raffiche e velocità di ricarica del gauge dell’attacco speciale, anch’esso disponibile in diverse varianti; alcuni set sono più efficienti di altri, ci sono persino armi, come il pile bunker e la torretta anti-aerea, di cui avremo fatto volentieri a meno, ma imporsi simili handicap aiuta a mantenere vivo l’interesse per il titolo, variando quel tanto l’esperienza ed aumentando ulteriormente il tasso di sfida, inoltre sono un “male necessario” per l’acquisizione degli achievement. Sedici in tutto, quattro per ogni livello di difficoltà, e comprendono il semplice completamento della modalità, l’ottenimento di un determinato punteggio, l’essere colpiti meno di sei volte per tutta la durata della campagna (fandonie!) e, per l’appunto, l’utilizzo di tutti i gingilli hi-tech in nostra dotazione; considerata una longevità media di 15 minuti appena, seppur valorizzati da un ritmo incessante, questa soluzione aumenta esponenzialmente la rigiocabilità, peccato per l’impossibilità di poter far sfoggio delle proprie imprese data l’assenza di una leaderboard online, ma onestamente non sentiamo il bisogno di farne un dramma (neanche 20 anni fa c’era internet per queste cose, no?). I controlli sono precisi e reattivi, i movimenti del mech sono lenti ma impeccabili e l’impostazione a due tasti permette di giocare comodamente anche da tastiera; nulla di particolare da segnalare, salvo la possibilità di orientare l’arma principale tramite croce direzionale, feature che sulla carta permetterebbe di eliminare i bersagli fuori dal raggio standard dell’arma, ma la pratica si rivela farraginosa a causa di una pecca di design che vede l’input coincidere con lo spostamento sull’asse verticale, ergo per sparare in alto o in basso dovremo necessariamente muoverci in quella direzione, con ovvie difficoltà in un titolo che punta sulla precisione; tenendo premuto il tasto di fuoco il mirino si bloccherà nella posizione corrente, ma ciò non toglie che resta una soluzione scomoda e molti preferiranno giostrarsela alla vecchia maniera piuttosto che rischiare la pelle.

Brillante il comparto tecnico, l’atmosfera rispecchia fedelmente quella degli shmup dei primi anni ’90, con sprite generosi e dettagliati, effetti speciali grandi come una casa e colori sparati, tuttavia non sono state trascurate le performance, con una buona ottimizzazione per le risoluzioni maggiori ed un frame rate stabile. Ottimi anche i brani di stampo militari, non troppo memorabili una volta chiuso l’applicativo, ma di sicuro funzionali al contesto e molto orecchiabili; ineccepibili gli effetti sonori, un’assordante e ininterrotta sinfonia di esplosioni e boati che oscura qualunque cosa nelle vicinanze, avvolgendo il giocatore fino ai titoli di coda (sarà per quello che le background music sfuggono dai ricordi, NdR). Nostalgia a palate.

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IN CONCLUSIONE
Sebbene alcune (trascurabili) lacune gli precludano i lidi dell'eccellenza, ARMED SEVEN è un ottimo sparatutto a scorrimento, appagante ed impegnativo, con il giusto appeal per giustificare ore trascorse a caccia di achievement, o più semplicemente un sollazzante diversivo tra una pausa caffè e l'altra. Il lavoro di Astro Port nel riproporre la magia dei classici dell'era 16 bit è encomiabile, fattore che rende il titolo molto appetibile dai giocatori con un occhio di riguardo per il glorioso passato videoludico (specie se come il sottoscritto macinavano high-score nel bar sotto casa), ma grazie ad un livello di difficoltà modulabile anche i neofiti potrebbero provare le gioia di un valido danmaku old-school, senza contare il prezzo irrisorio. Spegnete le luci, chiudete le serrate e tenete in tasca un po' di spiccioli come portafortuna, si torna indietro nel tempo...
Pro-1
Filosofia old-school centrata in pieno
7.5
Contro-1
Alcune piccole imperfezioni a livello di design
Pro-2
Difficoltà elevata e gameplay delirante
Contro-2
Per pochi eletti
Pro-3
Un must per gli amanti del genere
PEW PEW PEW
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