Colour Bind – Recensione
Colour Bind è un indie da poco disponibile su Steam. Il gioco unisce le meccaniche di un rompicapo incentrato sulla gravità e i giochi cromatici a un platform a scorrimento orizzontale. Ultimamente il genere puzzle game sulle piattaforme digitali sembra veramente risorto, riuscirà il titolo targato Finn Morrigan a distinguersi dalla massa grazie alle intriganti premesse? Scopritelo nella nostra recensione.
WALKING ON THE MOONLe location di Colour Bind sembrano provenire direttamente dalla luna, date le tonalità grigie su sfondo nero stellato, ma a differenza del nostro satellite qui la gravità sembra andare per fatti suoi, variando a seconda del colore che contraddistingue gli elementi a schermo. Avremo a disposizione tre tonalità: blu, verde e rosso, (più relative combinazioni) da tenere d’occhio, ognuna contraddistinta da una peculiare forza attrattiva, indicata da una freccia situata in basso allo schermo che ne delinea verso e intensità. Tutti gli oggetti sottostanno alla pressione esercitata dal colore assegnatogli (giocatore incluso), ma sarà possibile intervenire su di esso attraversando particolari raggi di luce sparsi per i livelli che muteranno la tinta dell’oggetto in questione in quello del laser, impostando quindi il nuovo schema di movimento, inerzia permettendo. Saranno presenti anche dei pulsanti in grado di attivare o disattivare i dispositivi o alterare la forza gravitazionale.
Queste sono le meccaniche che muovono il mondo di CB. Il nostro scopo sarà raggiungere la fine del livello, e lo faremo a bordo di un singolare mezzo di locomozione, simile ad una sonda spaziale stilizzata, in grado di saltare ingrandendo letteralmente gli pneumatici. Gli scenari andranno affrontati seguendo due metodologie, agli antipodi ma complementari: quella logica, in cui dovremo studiare il livello per riuscire ad arrivare sani e salvi al portale, analizzando la posizione e i possibili approcci di colori, pulsanti, fasci laser, oggetti e zone morte (indicate con una vistosa F che sta per “FAIL”), e quella salterina, in cui dovremo mettere alla pratica la nostra teoria zompettando sgraziatamente verso l’obiettivo (o buttandosi nella mischia improvvisando, in fondo basta premere F per riavviare il livello). Il level design articolato e molto ingegnoso, unito a un “modello di guida” efficace nell’interpretare la conformazione del terreno e il relativo comportamento del veicolo in base alla gravità, delinea un titolo dalle grandi potenzialità, ma già dopo i primi minuti di prova questi punti di forza hanno cominciato a stridere, diventando paradossalmente le sue principali pecche e andando a minare profondamente l’esperienza, purtroppo alle volte irreparabilmente.
La causa però non è certamente da imputare ai livelli, la cui struttura poliedrica farà la felicità degli amanti del genere, bensì al mezzo fornito al giocatore, la cui fisica si trasforma in un’arma a doppio taglio veramente irritante. Perché se da un lato le sue reazioni alla gravità appaiono credibili e accurate, dall’altro questo spiccato realismo rende frustrante moltissimi frangenti in cui è richiesta precisione millimetrica; la sonda s’impenna a seguito di accelerazioni brusche o in pendenza, impiega del tempo per ritrovare stabilità dopo un atterraggio, i salti non sono perfetti se le ruote non sono parallele al terreno, l’inerzia agisce in accordo con la pressione gravitazionale in maniera eccellente…Ciò è indubbiamente simbolo della cura riposta dagli sviluppatori nella realizzazione di questa porzione di gameplay, ma una tale applicazione sarebbe stata più consona ad un racing game in stile Excitebike piuttosto che ad un puzzle game. Vero, con molta pratica si può ovviare al problema, tuttavia sapere come completare un livello ma non essere in grado di farlo a causa del veicolo che non ne vuole proprio sapere di rispondere correttamente ai nostri input, tra rimbalzi random e manovrabilità ballerina, è oltremodo frustrante, soprattutto se ciò implica ripetere allo sfinimento lo stesso tortuoso percorso. Come se non bastasse la necessità di fermarsi completamente prima di riprendere il passo dopo un salto spezza malamente il ritmo, e questo non gioca a suo favore. Riflettendoci un po’ questa “lacuna” può essere considerata una sorta di sfida supplementare alla già elevata complessità dei livelli, ma d’altro canto a Colour Bind forse avrebbero giovato maggiormente un’interfaccia più accessibile e una mole superiore di contenuti, dato che, colli di bottiglia a parte, bastano un paio d’ore per vedere tutto.
Fortunatamente l’editor contribuisce a dare una bella scarica a tutta la baracca, e la possibilità di importare e scaricare livelli dalla libreria di Steam garantisce una rigiocabilità pressoché illimitata (e anche sessioni meno impegnate), arginando il problema delle longevità visibile dalla modalità principale. Trova infine spazio una modalità cooperativa in split-screen locale, composta da 20 livelli, ideale se si ha un amico con le medesime passioni, ma di scarso intrattenimento. Tecnicamente Colour Bind rasenta il minimo sindacabile, ma lo stile minimale funziona, inoltre le particelle cosmiche creano la giusta atmosfera senza risultare invasive. Sembra effettivamente di essere su un astro alla deriva nella galassia, e l’unico brano di sottofondo (che stranamente mi ha ricordato i temi di Pikmin ndr) aiuta a infondere quell’idea di abbandono, senza risultare monotono sulle lunghe distanze. Un po’ fuori luogo invece gli effetti sonori.
Motore fisico stupefacente... |
7 | ... Ma inadatto al contesto |
Ottimo level design | Modalità principali limitate | |
... Ma a tratti frustrante | ||
| FLUTTUANTE | ||
