L’Anima Nei Videogiochi – A Ruota Libera
Ci avviciniamo sempre più verso la next gen. Ancora una volta un altro lungo passo della tecnologia ci porta dritti all’ottava generazione dei videogiochi. In tutti questi anni abbiamo visto prima rivoluzioni e poi evoluzioni su evoluzioni (nonché ricicli su ricicli, ma questa è un’altra storia). Siamo passati dagli 8 ai 16 bit, per poi arrivare ai 32/64 bit e così via, fino ad oggi, un periodo le cui cifre fanno sorridere; eppure, nonostante tutto, sembra che più si vada avanti e più manchi qualcosa nei videogiochi, manca quel qualcosa che prima era presente anche nei titoli più semplici, quell’elemento che faceva emozionare un videogiocatore anche con pochi colori e pixel: l’anima. Sia chiaro, non è che ora voglia fare come gli anziani alla fermata dell’autobus, dicendo che prima qualsiasi cosa era meglio e oggi tutto è spazzatura (per non usare termini più volgari). Infatti anche oggi, per nostra fortuna, ci sono ancora quelle opere ludiche che riescono a regalare emozioni e a lasciare il segno, perché non tutto è andato perduto, ma ho notato che ora si punta a tutto fuorché trasmettere qualcosa di concreto al videogiocatore, colui che da un titolo vuole tutto e non solo pigiare dei tasti per eseguire delle azioni: vuole anche delle emozioni.
L’idea per quest’articolo è nata all’improvviso. Dopo anni e anni ho finalmente deciso di iniziare SHENMUE un titolo tra l’altro stra-consigliato da alcuni membri della nostra redazione e tra questi c’è anche DevilChry, il quale sta per fondare un nuovo culto religioso targato SEGA e vuole convincere tutti a convertirsi.
Scherzi a parte, tornando un attimo seri, vi chiederete ora: “Cosa c’entra Shenmue con l’anima dei videogiochi e tutto il discorso generale dietro questa storia?” Ebbene sì, Shenmue c’entra moltissimo. Innanzitutto, sto giocando a questo titolo (che ancora devo finire tra l’altro) in un periodo non proprio adatto probabilmente, ma ciononostante è riuscito a trasmettermi, fin dal primo minuto di gioco, la sua anima, perché Yu Suzuki creando questa saga voleva sicuramente lasciare un segno nel cuore dei videogiocatori (da parte mia ci è già riuscito e non vedo quindi l’ora di portare a termine Shenmue I e II).
Tutto nasce durante le mie prime sessioni di gioco in questo immenso e poetico titolo. Giro per Sakuragaoka e Dobuita, interagendo con le persone e tutto quello che mi sta intorno, o meglio, che sta intorno al protagonista, Ryo Hazuki (è proprio questo il bello, è come se il giocatore si sentisse protagonista rispecchiandosi in Ryo), per ricevere informazioni importanti o semplicemente per svago, mentre attendevo che scoccasse l’ora X. Nonostante gli anni sul groppone, Shenmue si lascia giocare in modo divino ancora oggi, tant’è che sono rimasto sbalordito dinanzi a codesta opera ludica. Mentre ci gioco comincio a pensare “è questo che manca nei titoli odierni…” e quindi da qui nasce l’idea per quest’articolo che però concretizzo quando vado nella sala giochi You Arcade a Dobuita e gioco ad Hang-On (un classico targato SEGA, riportato fedelmente in Shenmue). Faccio più di una partita (il titolo coinvolgeva parecchio) e ad un tratto entra la mia nipotina di quasi tre anni che esclama, non appena vede sullo schermo quella moto semplicissima a tutta velocità: “uaw.. oooo beelloo!” – più o meno una cosa del genere, sapete com’è il linguaggio dei bambini – ed è lì che capisco ciò che manca oggi nei videogames. Grazie a quell’esclamazione decido definitivamente di scrivere quest’articolo.
SEMPLICITÀ & CONCRETEZZA
“E’ molto più arduo realizzare qualcosa di semplice, ma in modo egregio ed avvincente, che qualcosa di complesso ma non sfruttato a dovere!”
(CT “Chrono Trigger”)
Ebbene sì, cari lettori! La semplicità non sempre è sinonimo di facilità. Se prendiamo molti titoli del passato possiamo notare come le meccaniche semplici spesso risultassero avvincenti rispetto alle nuove idee che propongono oggi, le quali sembrano eccezionali, ma poi, pad alla mano, mostrano imperfezioni e problemi di vario tipo. Un esempio di semplicità avvincente potrebbe essere il mitico sistema Z-Targeting di The Legend of Zelda Ocarina of Time, il quale è davvero strepitoso, ma soprattutto semplice per come è stato realizzato. Stessa cosa si può dire della trama che di certo non è elaborata in modo esagerato, eppure riesce a lasciare il segno a chiunque la porti a termine.
Non dico poi il battle system di Chrono Trigger, davvero favoloso; semplice, ma davvero eccezionale e innovativo per l’epoca e tutt’ora risulta comunque ancora al passo coi tempi. Poi, potrei parlare della poesia di Shenmue. Oggi abbiamo molti giochi open world e free roaming, mappe abnormi, possibilità di fare quello che vuoi, eppure nessun titolo garantisce l’esperienza di Shenmue; nessun titolo è libero come l’opera mastodontica di Suzuki che ti permette di fare, seppur limitatamente, quello che vuoi, proprio come se fossi tu a girare per Yokosuka, interagendo con le persone per indagare e scoprire chi sia Lan Di, a cosa gli serve lo specchio e cosa si nasconde dietro tutta questa storia.
Si tratta di un’opera ludica che, ripeto, mi ha ispirato a scrivere questo articolo; un’opera d’arte che ti fa vivere un’esperienza che va oltre quella di gioco, oltre il mondo reale. Un’esperienza unica, insomma. Nonostante ci siano giochi che permettono di fare tanto di più, questi non trasmettono la poesia di Shenmue e non regalano le stesse emozioni. Perché? Semplicemente perché il grande Suzuki si è concentrato sulle cose basilari, quelle che bastano comunque per avere un senso di libertà enorme, dopotutto, potendo così miscelare vari generi di gioco in modo semplice, ma incredibilmente efficace e con una trama spettacolare, che ti lascia il segno fin da subito. È proprio questa sorta di mix di generi che rende la trama ancora più appetibile ed il gioco ancora più incredibile, donando quindi quell’esperienza di cui vi parlavo prima, che va ben oltre a quella di gioco. Shenmue è semplicemente emozioni!
Ma ci sono tanti altri di giochi che sfruttano idee semplici in modo eccezionale ed unico, tanti altri realizzati con tocchi di classe che rendono il gameplay unico. Potrei citarvi Super Mario Bros 3, Bump ‘n’ Jump, Sutte Hakkun, The Legend of Zelda A Link to the Past e Link’s Awakening (in quest’ultimo capiamo che alcune idee di Skyward Sword erano già state sfruttate in un “misero” capitolo 8 bit in 2D), Super Mario 64, Jet Set Radio, Soul Calibur, Metal Gear Solid, Blast Corps e potrei continuare all’infinito. Ognuno di questi titoli sfrutta delle idee di base semplicissime, ma in modo davvero efficace, tipo Metal Gear Solid; non sarà il titolo migliore in assoluto in termini di gameplay (non per la gestione dei comandi, ma per la struttura di gioco in generale), ma sfrutta in modo intelligente le sue potenzialità, donando al giocatore la possibilità di infiltrarsi senza fare casino e senza uccidere nessuno, oppure di usare la forza bruta, o ancora di uccidere in silenzio. Tutte cose poi migliorate nel suo seguito, ma tutto parte dal primo capitolo, titolo per la quale Kojima ha dedicato il massimo impegno ed i risultati sono evidenti.
Insomma, oggi ci sono ancora titoli che meritano attenzione, che sfruttano idee semplici ma geniali, ma sono diminuiti in maniera esageratamente esponenziale. Questo perché, ormai, le società puntano sulle vendite e sono poco interessati nel lasciare emozioni ai videogiocatori; preferiscono produrre di più per vendere maggiormente. Quello che manca, quindi, è l’anima. Vedo titoli che tecnicamente sono stellari, che 20 anni fa avrebbero fatto impazzire chiunque, eppure ti accorgi che manca la cosa più importante. Ed è proprio questo il problema, ciò che ci rende sempre più perplessi col passare degli anni, che ci fa riflettere con consapevolezza, facendoci notare come i videogiochi stiano cambiando.
Certo, vedere un Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è gioia per gli occhi e non solo (chi vuole capire capisca…), ma ricordiamo anche che c’è un certo Kojima dietro a questo titolo, uno di quei pochi che preferiscono realizzare le cose in più tempo, per garantire un risultato eccellente; un po’ come Stanley Kubrick quando girava i suoi film. E’ uno di quei pochi che ancora cerca di trasmettere emozioni nelle sue opere, qualcuno che cerca di raccontare una storia. E a proposito di storia, ecco che ricordo come non sempre è necessario creare qualcosa di complesso, tecnicamente avanzato, perché magari un titolo come The Last Story ci fa ricordare che i giochi non sono solo realizzati per fare la gara del chi ce l’ha più grosso (scusate il termine, ma era inevitabile), ma per trasmettere quello che l’autore ha dentro di sé, raccontarci e farci vivere un’esperienza e lasciare un segno indelebile nei nostri cuori.
Oggi come oggi ci sono tanti titoli di buon livello, ma vi sfido a trovare quelli che vi lasciano impresso nel cuore quel qualcosa che al sol pensiero ti ricordano tutto il periodo vissuto con un determinato titolo. Oppure vi sfido a trovare quei titoli che vi fanno andare a dormire col pensiero di come risolvere un determinato problema nel gioco e che magari vi fanno svegliare di notte con la soluzione. Vien così quella voglia di alzarsi dal letto fremendo dalla voglia di avviare la console per constatare se la soluzione venuta in mente per caso sia quella giusta, proprio perché non ce la fai ad aspettare. Oggi è molto più raro intravedere episodi del genere, proprio perché i giochi sono confezionati bene, ma spesso non sono fatti col cuore. Un po’ come la musica, possono esserci chitarristi molto più bravi tecnicamente e magari più veloci, ma ciò non toglie che il suono più sporco riesca a trasmettere maggiori emozioni rispetto al chitarrista che produce un suono pulito. Questo perché il primo suona col cuore e l’altro, invece, in maniera più statica.
Lo stesso vale per tutte le altre opere d’arte, quindi anche per i giochi. Sì, avete letto bene! Anche i giochi, per quanto mi riguarda, sono delle opere d’arte. Magari qualcuno dirà “sono solo giochi” ma se fossero solo giochi sarebbero come quelli da tavolo, di società, ma i videogiochi non sono solo questo. Se l’autore è in gamba può trasmettere tutte le sue emozioni in un’opera ludica, facendoci emozionare, commuovere, meravigliare, darci un senso di nostalgia a titolo portato a termine e questo un semplice gioco non credo possa mai farlo (se poi qualcuno si è emozionato col Gioco dell’Oca o col Monopoly mi faccia un fischio).
ARTE VIDEOLUDICA
Odio essere ripetitivo, ma ricordo ancora una volta che oggi ci sono opere ludiche di spessore, che ci fanno provare diverse emozioni, ma si vedono molto più raramente perché il mercato è cambiato ed è purtroppo un dato di fatto. Ora le console sono diventate quasi come gli elettrodomestici (chiunque ha una console in casa), prima invece erano un prodotto più di nicchia che magari veniva anche mal visto dall’ “esperto” di turno, che non si risparmiava la solita frase: “ma che devi fare con sti giochini per i bambini? Esci di casa! Vai a…!” e frasi simili. Di sicuro non avevano torto, ma nemmeno ragione, perché i videogiochi riescono a trasmettere le stesse emozioni di un film, di una canzone, di un libro, di una poesia, perché anch’essi (non tutti) sono arte.
Molte di queste persone che prima ti inducevano a non stare davanti ai giochini, ora sono quelle che magari ti giudicano se non hai la nuova “Pleistescion”. Tutto è cambiato proprio con l’avvento di Sony PlayStation, nel bene e nel male. Che ci siano titoli eccezionali su questa console non possiamo negarlo, anzi, bisogna lodarla, ma è stata anche in parte la protagonista del cambio di rotta del mercato videoludico che ci ha portato, man mano, in quella che è la situazione attuale. Anche perché, purtroppo, la chiave del successo non è una buona storia, ma il pubblico che la segue.
Se abbiamo due storie, una orrenda e l’altra incredibile, non è colpa dell’autore se il pubblico sceglie quella orrenda. Questo per dire che da quando le console sono diventate come gli elettrodomestici il pubblico è cambiato. Se prima i videogiochi erano riservati maggiormente agli appassionati puri che ad un pubblico casual (che magari si avvicinavano per semplice curiosità), ora sono per tutti, nessuno escluso. Questo ha fatto prendere una rotta diversa al mercato e la qualità, ma soprattutto il trasmettere qualcosa, ne ha risentito;anche perché è molto facile che qualcuno non apprezzi le vere opere d’arte, pertanto si punta sul banale e scontato ma confezionato bene, accontentando tutti ma lasciando con l’amaro in bocca i fan, e con fan intendo quelli veri! Non quelli che dicono di essere fan di videogiochi e poi non riconoscono la qualità di un titolo 8 bit, solo perché magari la grafica, secondo il loro metro di giudizio, fa schifo. Sono queste le cose che dovrebbero farci riflettere. Questo ha reso impossibile realizzare quei titoli intrisi di poesia ed emozioni – eccetto qualche raro caso – e man mano, per colpa di un mercato sempre più ignorante, verrà la fine dell’arte videoludica, diventando di soli giochini; fatti bene o male non importa… La frase “sono solo giochi” avrà poi realmente un senso.
AMARA CONCLUSIONE
Ricordo a tutti che questo è un articolo dove il sottoscritto ha esposto i suoi pensieri, pertanto ciò non vuol dire che tutto quello riportato nell’articolo sia la verità. Sarò un grande appassionato di videogiochi e tutto sommato ho un’esperienza di molti anni alle spalle; sono cresciuto a pane e videogame e non sono quindi qui a scrivere senza sapere le cose, ma ciò non toglie che questo è e rimane il mio semplice punto di vista.
Per me i videogiochi sono delle opere d’arte e, come per la musica, l’arte è quella che sta venendo a mancare sempre di più. Sinceramente, sono davvero perplesso della piega che sta prendendo l’industria videoludica e sono preoccupato che un giorno non si possa più scrivere di emozioni quando si parla di “semplici videogiochi”, ma appunto solo di semplici videogiochi. Basta vedere quelli che parlano a vanvera senza sapere un bel niente delle opere videoludiche e si sentono appassionati solo perché giocano da qualche anno a Call of Duty. Per carità, non ho niente contro questo titolo (anche se comunque non mi piace), ma per ritenersi degli appassionati uno dovrebbe conoscere la storia dei videogiochi, gli autori delle saghe stellari, giocare alle saghe stellari; insomma, avere un po’ di cultura in materia. Invece, la maggior parte di quelli che si sentono esperti sono in realtà degli incompetenti mostruosi e poi non sanno chi ha creato Super Mario Bros, oppure quali sono stati quei titoli che nella loro epoca diedero una svolta al modo di concepire i videogiochi, chi sono Nintendo, Sony e Microsoft (per citare le più importanti) senza dire che sono solo delle Software House (se conoscono questo termine), ma conoscere la loro storia, qual è la prima console in assoluto, com’è nato il NES oppure Sony PlayStation. È la cultura che manca e la situazione peggiorerà solamente, visto l’andamento delle cose.
Inoltre, aggiungo una cosa importante (perché magari qualcuno non ha ben capito una cosa): quando dico che nella maggior parte dei videogiochi manca l’anima, quel trasmettere emozioni, non significa che i titoli di un tempo erano tutti capolavori, anzi… Bensì che anche nei titoli più banali si intravedeva la dedizione del team di sviluppo che aveva dato l’anima per realizzare il proprio gioco, cosa che oggi non viene trasmessa. Poi è logico, come oggi anche ieri c’erano le ciofeche e i titoli senza senso, ma sia nei capolavori che nei giochi più semplici si intravedeva quel qualcosa in più. Questo spiegherebbe perché ai bambini piccoli attirino di più quei titoli semplicissimi che giochi ultrapompati senza spirito. È come se i bambini, nonostante non siano esperti (ovviamente), riescano a percepire l’arte.
Per quanto mi riguarda, una grafica di livello sublime non mi dispiace, ma quello che mi interessa di più è avere i giochi, quelli che hanno un contenuto, che mi lasciano il segno. Tanto per dire, Wii non era di sicuro al passo con Xbox 360 e PS3, eppure Xenoblade e The Last Story (per non citare altri titoli) mi hanno lasciato il segno e se tutto dipendesse solo dalla potenza, a quest’ora non starei giocando a Shenmue ed altri titoli del passato. L’opera di maestro Suzuki non mi entusiasmerebbe così tanto, nonostante tutti questi anni dalla sua uscita. Ogni tanto dovremmo ricordarci che la potenza non è tutto. Da un gioco puoi avere una grafica un pochino più sottotono, un sonoro non impeccabile ed un gameplay non eccelso, ma se i creatori sono riusciti a trasmettere l’anima, il gioco allora, seppur con dei difetti, lascerà molto probabilmente il segno. Penso solo che le musiche debbano comunque essere all’altezza perché per trasmettere qualcosa molto spesso non basta solo una grande storia, ma servono anche musiche che si adattano completamente al gioco per diventare così, assieme al videogioco, una sola cosa. Poi non ha importanza se le musiche siano 8 bit o orchestrali, perché ripeto: la potenza non è tutto. Posso dunque dire: Un’opera d’arte non si crea con la potenza, ma con anima e dedizione!
Saluti dal Vostro CT!



